IL MODELLO TEORICO DELLA TERAPIA COGNITIVA

Carmelo La Mela


Questo criterio aureo, a nostro avviso, rimane a tutt’oggi il principio che caratterizza
l’essenza della terapia cognitiva, e che ne sottolinea la totale apertura del modello teorico a riformulazioni anche provenienti da aree di ricerca e approcci diversi, che non neghino però il principio scientifico galileiano e popperiano della verificabilità,
riproducibilità e falsificabilità.

[...]. offrire una chiara descrizione di quelli che sono i principi fondamentali della Terapia Cognitiva Standard, ampliandone la prospettiva con quei contributi attuali che diano ragione dell’attualità di questo modello, della capacità di misurarsi con i contributi che provengono da altre aree della ricerca, riuscendo a mettere in discussione alcuni dei propri assunti in vista di quello che probabilmente è stato il criterio guida nella formulazione della TC: mettere a punto un metodo di psicoterapia che fosse efficace, breve, fondato su osservazioni scientificamente misurabili, replicabile, i cui risultati fossero valutati in studi controllati.

Una teoria psicologica sul funzionamento mentale che sottende un intervento psicoterapeutico deve cercare costantemente conferme e compatibilità coi dati neuroscientifici che progressivamente stanno arricchendo le nostre conoscenze in materia. La compatibilità e la possibilità di integrare un modello psicologico di funzionamento mentale con queste evidenze neuroscientifiche rappresentano un passaggio ineludibile per dare un fondamento scientifico alla cura psicologica dei disturbi emozionali.

Il contesto culturale

Il contesto culturale nel quale nacque la Terapia Cognitiva (TC) era caratterizzato negli anni Sessanta del secolo scorso dalla prevalenza del modello psicoanalitico e psicodinamico a cui si andava contrapponendo la terapia comportamentale. In entrambi gli ambiti era crescente un malcontento tra i clinici e i ricercatori, specialmente in ambiente americano, rispetto a questi paradigmi teorici che mostravano un limite concettuale nella chiusura rispetto ai dati che la ricerca scientifica stava offrendo riguardo al funzionamento mentale. Emergeva inoltre un disagio, in alcuni psicoanalisti, riguardo alle resistenze messe in atto rispetto alla necessità di aprirsi al confronto con metodologie scientifiche che verificassero l’efficacia degli interventi terapeutici.

Infine, dal punto di vista teorico, una forte somiglianza avvicinava la prospettiva psicoanalitica a quella comportamentista: entrambe erano poco interessate al ruolo della dimensione conscia e consapevole della attività mentale come elemento fondamentale della vita psichica nel processo di intenzionalità e motivazione al comportamento.

Il presupposto psicoanalitico che vedeva la spinta all’azione e la base del disagio psicologico nel conflitto tra istanze inconsce e consce, e il modello comportamentista fondato sull’ipotesi del condizionamento operante classico del tipo Stimolo-Risposta, davano risposte parziali e insoddisfacenti e sempre più emergeva l’interesse nei confronti dello studio dei processi cognitivi consci dei pazienti, su cosa realmente pensasse il paziente e come questi pensieri si associassero agli stati emotivi negativi.

E’ stato in questo clima culturale che la terapia della depressione elaborata da Beck (1969) iniziò a suscitare l’interesse di terapeuti di ambiti diversi. L’enfasi posta da questo tipo di terapia ai processi consci di elaborazione delle informazioni, rappresentava un elemento innovativo nel trattamento dei disturbi psicopatologici. Il rilievo attribuito all’esperienza soggettiva conscia, la rilevanza dei processi di costruzione di significato rappresentarono una novità nell’approccio alla comprensione e al trattamento del funzionamento psicologico e psicopatologico.

[...]

Il modello teorico cognitivo, rifacendosi alla psicologia cognitiva incentrata sul processo di elaborazione delle informazioni, definisce il funzionamento mentale come espressione di un sistema cognitivo costituito da strutture, processi, e funzioni coinvolte nella costruzione delle rappresentazioni mentali e nella trasformazione delle informazioni. Questo sistema, responsabile della capacità di costruire i significati attribuiti agli eventi, ha una finalità di adattamento fisico e sociale all’ambiente, modulando le modalità di funzionamento psicologico del soggetto.

L’attivazione degli schemi cognitivi, data dall’interazione con gli eventi, porta alla produzione di prodotti cognitivi, i contenuti mentali, rappresentati da credenze e convinzioni su sé, gli altri e il mondo, e da pensieri “automatici”.

I pensieri automatici rappresentano una sorta di dialogo interiore che scorre in modo velocissimo e parallelo al flusso di pensieri di cui abbiamo piena consapevolezza, commentando ciò che ci accade e contenendo anche un giudizio su noi stessi rispetto a come ci siamo comportati.

Secondo la teoria cognitiva, le emozioni sono in stretta sintonia col contenuto dei pensieri automatici.

Nei soggetti inclini allo sviluppo di sintomi psicopatologici, l’organizzazione cognitiva è caratterizzata dalla presenza di schemi e cluster di schemi, interconnessi tra loro, che rappresentano fattori di vulnerabilità e di predisposizione allo scompenso patologico. Il modello cognitivista, riguardo alle modalità di scompenso psicopatologico, si allinea con il modello diatesi-stress che sostiene che nei soggetti con un’organizzazione cognitiva caratterizzata dalla presenza di schemi disfunzionali, questi abbiano una maggiore suscettibilità ad essere attivati da eventi stressanti negativi, attivando successivamente contenuti mentali ed emotivi negativi e modalità distorte (bias) di processamento dell’informazione che portano a sistematiche interpretazioni negative.

Di seguito saranno presentati, descrivendoli per punti, alcuni dei presupposti principali del modello teorico cognitivista. Questi presupposti rappresentano gli assunti teorici principali della teoria che fa da fondamento a quella che attualmente viene definita Terapia Cognitiva Standard (Clark,1999).



  1. la capacità di elaborare le informazioni provenienti dall’ambiente fisico e sociale e di costruire rappresentazioni cognitive è fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza degli esseri umani

Una premessa fondamentale della teoria cognitiva è che il processo di elaborazione delle informazioni e di attribuzione di significato alla realtà è un elemento fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza degli esseri umani. Con l’espressione di elaborazione delle informazioni si intende l’attività svolta dalle strutture, dai processi e dai contenuti mentali coinvolti nella rappresentazione e nella trasformazione del significato a partire dagli elementi sensoriali derivanti dall’ambiente esterno e da quello interno (Clark, 1999). Il sistema cognitivo di elaborazione delle informazioni è finalizzato al raggiungimento di due scopi esistenziali. Il primo scopo è rappresentato dal soddisfacimento di bisogni basici che rivestono un ruolo cruciale per la sopravvivenza dell’uomo. L’organizzazione cognitiva a questo livello consiste di schemi riguardanti i bisogni fondamentali dell’essere umano e della vita sociale che riguardano la sopravvivenza, la riproduzione, il predominio e la socializzazione (Beck, Freeman et al, 1990). A questo livello l’organizzazione cognitiva è costituita da schemi cognitivi, comportamentali, affettivi relativi alla sopravvivenza e all’adattamento all’ambiente.


3 Il processo di elaborazione delle informazioni avviene a vari livelli di coscienza

La teoria cognitiva non parla di inconscio, cioè di informazioni non accessibili alla consapevolezza, ma postula che il processo di attribuzione di significato avvenga a livelli diversi di consapevolezza e con una accessibilità differente ai diversi contenuti mentali. Ad un estremo troviamo il livello preconscio, non intenzionale, automatico e non immediatamente presente alla autoconsapevolezza, mentre all’altro troviamo il livello conscio, con una attività mentale altamente intenzionale e accurata (Clark,1999)

Il livello preconscio, caratteristico dei pensieri automatici negativi, opera prevalentemente senza un controllo da parte del livello cognitivo più elevato e dei processi intenzionali superiori. E’ a livello preconscio che operano gli schemi più profondi riguardanti il sé e le modalità di adattamento alla vita sociale. Il livello di elaborazione conscio è di immediata accessibilità alla autoconsapevolezza, rappresenta quella attività mentale al centro della nostra attenzione e concentrazione, monitorata dai processi di controllo e intenzionalità. Questo livello di attività mentale aumentando il controllo e il monitoraggio sui contenuti e sulla elaborazione migliora la capacità di adattamento.

L’attività mentale è espressione di un continuo processo di interrelazione tra questi due livelli di elaborazione preconscia e conscia.

Clark (1999) sostiene che la psicoterapia cognitiva agisce a livello conscio per effettuare modifiche sui contenuti dell’elaborazione preconscia delle informazioni, e che quindi sia necessario rivolgere maggior attenzione al contenuto e ai dati del livello preconscio. Il terapeuta dunque lavorerà per rendere pienamente consapevoli i contenuti presenti ad un livello preconscio.

Da qui deriva, come vedremo nel prossimo capitolo, l’attenzione fin da subito nel lavoro terapeutico per i pensieri automatici negativi che accompagnano gli episodi critici (in Beck il termine “automatico” viene usato come sinonimo di preconscio, ed esprime la bassa accessibilità alla consapevolezza dei contenuti mentali presenti a questo livello).


4 I pensieri e le emozioni sono tra loro associati in maniera coerente e comprensibile nella costruzione della esperienza umana

Le diverse informazioni provenienti dall’ambiente fisico e sociale esterno e dal corpo attraverso le sensazioni somatiche, senso-percettive ed emotive vengono elaborate dal sistema cognitivo dando un senso all’esperienza.

Questa capacità del sistema cognitivo di organizzare tra loro in modo armonico le varie informazioni provenienti dai diversi sistemi è un processo che favorisce l’adattamento della persona all’ambiente e la costruzione di un senso di identità personale.

Le rappresentazioni mentali, i pensieri e le emozioni sono reciprocamente associati da un nesso di comprensibilità e congruità: se penso di essere stato offeso proverò un sentimento di rabbia, se, invece, provo un sentimento di tristezza il pensiero avrà a che fare con una perdita, per esempio la fine di un rapporto d’amore.

Una sottolineatura necessaria riguarda il fatto che la teoria cognitiva non sostiene che le emozioni “derivino” dalle cognizioni, tema che spesso ha rappresentato uno dei punti di grande critica alla TC, ma ipotizza la centralità del sistema cognitivo nell’ organizzare le diverse informazioni che arrivano al sistema, un “principio guida” organizzatore delle componenti emozionali, comportamentali e fisiologiche. Rispetto al rapporto tra cognizione ed emozione il modello cognitivo assume che possa essere descritto in termini di determinismo reciproco. Tale reciproca interazione può comportare che siano i contenuti mentali ad attivare le componenti emotive associate (pensare che la fine di una relazione sia un dramma mi fa provare un profondo dolore) ma anche che il provare determinate emozioni in modo intenso attivi una serie di pensieri coerenti con lo stato d’animo (l’effetto mood congruent): se sono molto arrabbiato e penso che non ci si può fidare degli amici mi tornano in mente episodi del passato caratterizzati da situazioni analoghe che mi confermano l’idea e amplificano lo stato d’animo irritato.



Un aspetto non molto approfondito è quello della modalità di formazione degli schemi e degli schemi ipervalenti disfunzionali che abbiamo visto essere alla base della vulnerabilità e della sintomatologia psicopatologica.

Questo tema non è stato particolarmente approfondito dalla teoria cognitiva, mentre diventerà un tema significativo nelle evoluzioni successive che integreranno il modello originario con le conoscenze provenienti dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby (Guidano e Liotti, 1983, Safran e Segal,1990).

Che ci fosse una relazione tra eventi relazionali in età infantile e la formazione dei primi schemi di sé è ipotizzato anche nella prima esplicitazione della teoria cognitiva che sostiene che “lo sviluppo degli schemi riguardanti la propria identità può derivare da alcune esperienze infantili” (Leahy e Beck, 1988). Le prime rappresentazioni mentali riguardanti il concetto di sé si formano durante le prime fasi dello sviluppo, in seguito alla interazione del bambino con altra persone significative come i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli amici (Beck, 1987) una volta che una certa convinzione, o un certo significato su sé, viene appresa, le interpretazioni coerenti con tale supposizione rinforzeranno questo schema di sé, facendo sì che diventi una caratteristica latente, stabile e duratura dell’opinione che un soggetto ha di se stesso.


La ricerca sulle funzioni metacognitive

La terapia cognitiva, oltre ad aver trascurato il contesto interpersonale e l’aspetto motivazionale, aveva dato “per scontato” un buon funzionamento cognitivo di base dei pazienti. Molte tecniche della terapia cognitiva standard hanno proprio l’obiettivo di incrementare le funzioni cognitive presupponendo un già discreto livello di queste nel paziente.

La principale e centrale tecnica nell’esplorazione del vissuto problematico del paziente, l’ABC, richiede al paziente di individuare i propri pensieri ed emozioni, cioè di avere una capacità di automonitoraggio dei propri contenuti mentali, siano questi pensieri o emozioni. Questa capacità però è fortemente compromessa in pazienti gravi come per esempio pazienti psicotici o con gravi disturbi di personalità, rendendo molto difficile, in questi casi, mettere le premesse per un intervento terapeutico di modifica dei pensieri e delle modalità disfunzionali di elaborazione dell’informazione.

L’attenzione di molti terapeuti si concentrò su una capacità tipica ed esclusiva degli esseri umani di riflettere sui propri pensieri e contenuti mentali in maniera speculativa. “Thinking about thinking” definì questa capacità Flavell (1979) che è stato uno dei primi autori ad interessarsi a questa area di riflessione.

In Italia Semerari e il suo gruppo sono stati coloro che maggiormente si sono occupati di questa capacità definita funzione metacognitiva dandone una definizione molto dettagliata: “la capacità dell’individuo di compiere operazioni cognitive euristiche sulle proprie ed altrui condotte psicologiche, nonché la capacità di utilizzare tali conoscenze a fini strategici per la soluzione di compiti e per padroneggiare specifici stati mentali fonte di sofferenza soggettiva” (Carcione, Falcone, Magnolfi e Manaresi, 1997).

Di conseguenza si è avvertita la necessità, in questi casi, di intervenire prima sui deficit metacognitivi e solo successivamente con le tecniche cognitive standard (Perris, 1994). Assunse quindi un ruolo di primo piano lo studio e la possibilità di intervenire in terapia sui deficit di questa funzione.

Come verrà approfondito nei capitoli successivi la metacognizione non è un’unica funzione (Semerari, 2003) ma può essere suddivisa in tre sottoclassi: l’autoriflessività ovvero la capacità di distinguere, riconoscere un proprio stato mentale; la comprensione della mente altrui o decentramento ovvero la capacità di rappresentarsi e compiere inferenze sul funzionamento mentale altrui; mastery cioè la capacità di rappresentarsi gli stati mentali come problemi da risolvere ed elaborare strategie adeguate alla risoluzione.

Le varie evoluzioni del modello teorico cognitivo fin qui solo accennate verranno riprese ed approfondite nei vari capitoli permettendo di comprendere i vari concetti (come per esempio sistema motivazionale interpersonale, ciclo interpersonale, metacognizione, ecc.) che sono ormai diventati dei cardini della terapia cognitiva.



 
 
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La seconda funzione del sistema di elaborazione delle informazioni, spesso definito sistema cognitivo, riguarda quelle attività mentali con finalità autoriflessive e gnoseologiche dell’uomo (A.Beck, 1996). A questo livello, troviamo rappresentati gli obiettivi personali, le aspirazioni esistenziali, i propri principi e i valori morali. Secondo Beck questo tipo di elaborazione tende ad avvenire a livello conscio, ed è altamente controllata e intenzionale. E’ rappresentata da schemi più elaborati e più flessibili di quelli caratterizzanti il raggiungimento dei bisogni primari. A questo livello troviamo la capacità propria degli esseri umani di pensare in modo analitico e di risolvere i problemi nonché la creatività. Questa concettualizzazione del sistema cognitivo come una organizzazione di schemi cognitivi, affettivi, comportamentali finalizzata al raggiungimento di scopi biologicamente determinati e scopi autoriflessivi vedrà un grande sviluppo teorico nel lavoro di Liotti (1994/2005) e di Gilbert (1989).

2 Il processo di elaborazione delle informazioni permette la costruzione di una rappresentazione soggettiva della realtà

Abbiamo detto che gli scopi e le funzioni di un sistema cognitivo sono rappresentati da un adattamento all’ambiente fisico e sociale attraverso la capacità di affrontare e risolvere problemi riguardanti i bisogni fondamentali per la vita e la costruzione di un senso coeso e coerente di sé e della propria identità.

L’adattamento all’ambiente richiede la costruzione di un sistema di rappresentazioni della realtà ricco e articolato, che costituisca una specie di “mappa” di regole di conoscenza, sintetizzatesi in base alle esperienze fatte, sulla quale si fondino delle aspettative riguardo a come funzioni il mondo e la realtà che permetta una buona predittività sul futuro. La teoria cognitiva individua una delle funzioni principali del sistema cognitivo nella costruzione di rappresentazioni della realtà, che non necessariamente sono oggettivamente vere, precise e accurate, ma costituite da soggettive attribuzioni di significato alla realtà.

Il principio privilegiato dalla teoria cognitiva riguardo alle rappresentazioni mentali è quello di “adattamento”. Il terapeuta cognitivo non è particolarmente interessato alla veridicità oggettiva della descrizione di una situazione problematica da parte di un paziente. La questione più importante è se la persona sia in grado o meno di concettualizzare la situazione in modo da facilitare le sue capacità di fronteggiare e padroneggiare gli eventi. La teoria cognitiva quindi asserisce che i significati attribuiti alla realtà sono sempre delle approssimazioni personali e soggettive più o meno accurate. Ciò che distingue i soggetti affetti da disturbi psicologici da quelli sani, è il grado con cui, nei primi, la presenza di distorsioni cognitive condizioni il significato che viene dato alle esperienze, influenzando negativamente la capacità di affrontare gli eventi.

Per esempio una ragazza potrebbe avere l’idea che solo se riesce ad ottenere risultati eccellenti a scuola potrà essere apprezzata e stimata dai propri genitori, questa convinzione la porta ad impegnarsi moltissimo nello studio ed a valutarsi adeguata solo se riesce a prendere almeno 8 in tutte le materie e un eventuale voto inferiore viene da lei valutato come il segno di incapacità, di inadeguatezza e di essere poco stimabile agli occhi degli altri.

Il modello teorico cognitivo sostiene che gli esseri umani costruiscono la propria rappresentazione della realtà attraverso una soggettiva attribuzione di significato agli eventi. In questo processo di attribuzione dato agli eventi, che così diventano esperienze soggettive, i significati vengono costruiti da ciascuno secondo le caratteristiche dei propri schemi


5 L’adattamento all’ambiente, fisico e relazionale, è lo scopo all’origine della formazione degli schemI

Gli schemi rappresentano una caratteristica di tratto, duratura e stabile nel tempo, che permette di dare significato alle diverse circostanze e ai vari stati d’animo la cui attivazione o latenza dipende dalla presenza o assenza di uno stimolo attivante (Kovacs e Beck, 1978).

Gli schemi sono definiti come una struttura cognitiva finalizzata a codificare e valutare gli stimoli che agiscono sull’organismo, consentono di dare un significato alla realtà che permetti l’adattabilità all’ambiente. Rappresentano l’esito di un’attività mentale che fin dalla nascita cerca di trovare regolarità negli eventi che accadono per aumentare una capacità di previsione sugli eventi futuri ed avere quindi un maggior controllo ed adattamento all’ambiente.

Gli schemi si sviluppano, aumentando la loro complessità e predttività, attraverso la continua interazione tra l’individuo e l’ambiente circostante, fisico e sociale. Nell’organizzazione cognitiva, lo sviluppo degli schemi è da intendersi in termini di sempre maggiore elaborazione e connessione con altri schemi. Inoltre la TC non postula che gli schemi si costituiscano e sviluppino solo ed esclusivamente nell’interazione con l’ambiente, ma che esistano delle “inclinazioni biologiche o genetiche, ovvero un prototipo delle stesse, che costituiscono la struttura elementare sulla base della quale l’esperienza modula lo sviluppo della organizzazione cognitiva” (Clark, 1999). Un’ affermazione come questa sottolinea la distanza tra il modello teorico della TC e il costruttivismo radicale. La TC sostiene sì l’importanza della costruzione soggettiva della realtà attraverso una personale attribuzione di significato, ma non condivide l’epistemologia del costruttivismo radicale secondo cui non esiste nulla al di fuori dell’esperienza soggettiva. L’importante affermazione di Clark invece mette in luce un’interessante affinità con l’ipotesi evoluzionistica riguardante il funzionamento mentale e l’organizzazione della mente che rappresenta attualmente una delle prospettive principali per integrare i dati provenienti dalla ricerca neuroscientifica ai modelli psicologici della mente (Liotti, 1996 e Gilbert, 1989


La prospettiva relazionale

In questa parte del capitolo descriveremo uno degli sviluppi più significativi, a nostro avviso, nella evoluzione dell’ impalcatura teorica cognitivista, che offre inoltre la possibilità di ampliare l’intervento terapeutico anche ai casi difficilmente trattabili dalla TC standard che ha mostrato la sua efficacia nella riduzione della sintomatologia dei disturbi di asse I, ma si è dimostrata meno efficace nella cura dei disturbi di personalità e nei casi cosiddetti difficili caratterizzati da alta comorbilità, e in pazienti con storie personali caratterizzate dalla presenza di traumi relazionali in età precoce.

La prospettiva relazionale vede confluire tre filoni di ricerca, riflessione teorica ed esperienza clinica. La prima riguarda la dimensione interpersonale, la seconda quella caratterizzata dalla prospettiva evoluzionista e dalla psicologia e psicopatologia evolutiva ed infine la terza, quella che centra la sua attenzione sul ruolo della funzioni meta cognitiva nello sviluppo e mantenimento della psicopatologia. Tra gli autori che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo di questa area di riflessione innovativa nell’ambito cognitivista vanno ricordati alcuni autori italiani che per primi hanno rivolto l’attenzione e centrato la loro opera su questi temi: Guidano e Liotti (1983), Liotti (1994/2005) e Semerari(2000).

Il punto centrale nella riflessione dei due autori americani portava a modificare il modo con il quale si concettualizzava il paziente e il problema presentato, iscrivendolo in un contesto relazionale proponendo che il terapeuta prestasse attenzione alla comprensione degli schemi e dei processi cognitivi interpersonali. Il modello proposto metteva al centro della concettualizzazione la dimensione interpersonale dell’esperienza e introduceva concetti come quelli di schema interpersonale, di ciclo interpersonale e ciclo interpersonale problematico. In quest’ottica la relazione terapeutica assume un’importanza nuova e centrale, non solo come contesto empatico e collaborativo influente nel facilitare l’applicazione delle tecniche cognitive e comportamentali così come teorizzato nell’approccio standard. Qui la relazione terapeutica diventa l’oggetto privilegiato dello studio, della esplorazione e comprensione delle modalità cognitive emotive e comportamentali con le quali il paziente vive la vita relazionale. L’attenzione per le dinamiche interne alla relazione terapeutica portarono a definire dei markers di andamento della relazione, a studiare i momenti di crisi, di rottura nella relazione tra terapeuta e paziente, e ad indicare alcune modalità tecniche per fronteggiare e superare queste difficoltà.

La prospettiva interpersonale propone di integrare elementi provenienti dalla psicologia evolutiva e dalla teoria dell’attaccamento in un modello cognitivo ampliato, un modello che vede cognizione emozione e comportamento come aspetti integrati di un organismo biologico che si sviluppa e funziona in un contesto interpersonale.

Il presupposto dell’importanza della prospettiva interpersonale riguardo allo sviluppo e al funzionamento dell’essere umano è rappresentato dal porsi il quesito circa la motivazione che sottende il comportamento umano. I motivi per cui le persone fanno certe cose e agiscono in un dato modo sono d’importanza fondamentale per la comprensione della loro psicologia.

L’approccio teorico cognitivo, centrato sul modello della elaborazione delle informazioni, non si è interessato molto agli aspetti motivazionali che sottendono il comportamento, risolvendo il problema, come abbiamo visto, parlando di generiche finalità di adattamento all’ambiente.

A differenza della teoria cognitiva, questi interrogativi sono stati centrali per la teoria psicoanalitica classica. In questa, la teoria motivazionale è rappresentata dalla metapsicologia della pulsione e dal modello dell’energia psichica. Questo modello fu elaborato da Freud per spiegare il modo in cui i fattori psicologici e biologici interagiscono fra loro per organizzare l’azione umana. I principi psicoanalitici sulla natura delle motivazioni umane, furono messi in crisi quando iniziarono a sommarsi le evidenze empiriche sperimentali, inizialmente provenienti dal campo della etologia, sulla natura delle motivazioni alla base del comportamento animale che contraddicevano l’impalcatura della metapsicologia freudiana delle pulsioni. Numerose ricerche in campo etologico, (Lorenz 1938, Harlow, 1958) studiando il comportamento animale dei cuccioli, suggerivano che questi fossero biologicamente programmati per condurre una vita sociale. Queste ricerche permisero di comprendere che alcune specie animali sono dotate di un sistema di regolazione e controllo del comportamento, geneticamente innato, che in situazioni di stress attivava dei comportamenti finalizzati alla ricerca della vicinanza fisica di un cospecifico non per ricevere nutrimento, ma protezione, calore, sicurezza. Questi studi influenzarono moltissimo John Bowlby, psichiatra e psicoanalista inglese vissuto nel secolo scorso, che ipotizzò che il principio motivazionale che regolava il comportamento di animali sotto stress potesse essere alla base del comportamento di ricerca di vicinanza protettiva del bambino in situazioni di stress, ci fosse un sistema motivazionale, innato e geneticamente codificato, che ne regolasse l’espressione .

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1967, 1973) ha fornito una prospettiva forte ed empiricamente fondata alla concettualizzazione delle questioni motivazionali, a quel tempo non prese in considerazione dalla teoria cognitiva, in un modo del tutto compatibile con quest’ultima.

In ambito cognitivista, tra i primi a cogliere la possibilità di allargare l’orizzonte teorico che offriva l’integrazione della teoria dell’attaccamento con la teoria cognitiva furono Liotti (1994/2005) e Gilbert (2005). I contributi di questi autori, partendo dalla medesima prospettiva etologica ed evoluzionista di Bowlby, hanno portato ad un ampliamento del numero delle motivazioni sottostanti i comportamenti relazionali interpersonali, individuando oltre al sistema dell’attaccamento quello omologo dell’accudimento, quello agonistico, cooperativo e sessuale.