Responsabiltià...

.concetto di responsabilità attiva, responsabilizzazione e presa di coscienza di quanto questa parte sia la meno 'curata', la meno utilizzata nella comunicazione, sostituita da 'colpa', e il concetto si amplia in modo davvero drammatico, perchè sposta verso una involuzione e crea terreno fertile a manicheismi (anche ideologici) pericolosi.

La sintesi di tutto questo è nella rinuncia di parte dell’Occidente , rinuncia imposta dagli eventi e dalla ‘storia’ e i suoi fisiologici mutamenti, a prendere atto di non potere più essere caput mundi, e non solo per la c.d. globalizzazione, ma per la tempesta di necessità nuove imposte dalla medesima sua evoluzione. Concetti come ‘libertà’ che in precedenza erano collegati a situazioni sociali, oggi sono ‘interiori’, sono necessità esistenziali che naturalmente destabiizzano soprattutto per la difficile identificazione dell’agente limitativo. Si è liberi e vogliamo convincerci di non esserlo, oppure vogliamo cercare il modo di non esserlo perché la nostra identità è stata deprivata della aspirazione, della necessaria percezione di limite e ruolo. L’Occidente è sempre meno autorevole perché ha negato a se stesso la necessità di sganciarsi dalla conquista, individuale profonda, dell’autorevolezza, preferendo la via della patologizzazione, senza per altro affidarsi alla scienza ma cercando anche in essa un terreno di scontro ideologico, pur di non affrontare e non inserirla nel campo largo della ‘cultura’, facendone ideologia o fede. Per l'altra è stato necessariamente concesso, questione di sussistenza e condizione necessaria per il rispetto del patto fondativo.

Questa è la pagina della Necessità
di
rivedere continuamente e in modo profondo il divenire, non come un esercizio di stile o un dovere rituale, è l'unica via per poter mantenere viva, e quindi produttiva e fertile, la ragione e la cognizione di sé. Perchè alla fine è la cognizione e la responsabilità del sè definito che porta alla necessita di scegliere, senza lasciarsi e abbandonarsi, del tutto consciamente sia chiaro , al potere della suggestione e alle comodità che essa offre.

Credere, in modo acritico, privo di crepe o domande, al tempo stesso rassicurante quanto depauperante, quello che ci sembra sollievo è in realtà la negazione della evoluzione individuale, e alla relativa incapacità di affrontare – poi – gli eventi e problematiche quotidiane che la vita propone. Questo vale per l'individuo quanto vale per la collettività di cui esso è parte attiva a e passiva allo stesso tempo. 


 Ed è questo uno degli altri punti focali, costruire un sé su una fede o su credenze per quanto bizzarre, non è costruire un sé è disperdere identità, non fornire mezzi per ‘appartenere’ a una identità comune che necessita ovviamente di molteplicità di visioni e opinioni, ma che deve trovare un linguaggio coerente alla espressione delle stesse.

Identità è anche linguaggio (logos?) che ‘contenga’ e possa essere compreso e quindi generare un ‘discorso’ utile e necessario, in questo momento – visti anche i nuovi mezzi – la babele che si è generata impedisce una comunicazione anche fondativa, e questo aggrava e acuisce i fraintendimenti, la sofferenza di una comunicazione che finisce per essere mera suggestione propedeutica e fertile per un ‘sentire’ ‘pensare’ ‘narrare-autonarrarsi e fidelizzarsi, pervadere ogni angolo delle identità e attività e percezioni sociali comuni, fino al silenzio interiore. E se una chiesa, quella millenaria di Roma non aveva alcun bisogno di creare una aristocrazia intellettuale che stabilisse ortodossie e credo. RA@


Pagina a cura di Roberta Anguillesi

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Con oggetto 'Logos


Introduzione ma non solo.

Ogni mutamento epocale, e quello che stiamo vivendo certamente lo è, comporta l’attivazione di riflessi automatici, fisiologiche resistenze, arroccamenti e tentativi di ripristinare l'ordine precedente. La compressione dello spazio e del tempo dovuta in parte alle nuove tecnologie e alla condizione liquida dell' individuo e delle società, (intuizione base di Bauman per quanto poi da lui stesso disinnescata) ha fattosì che tali pulsioni siano diventate necessità incombenti cui assolvere rapidamente, semplificando e quindi banalizzando e stigmatizzando, etichettando attraverso dei veri e propri segni (Logo?) ciò che non risponde al fine ultimo, che poi, banalmente, è il non voler rinunciare al privilegio di un pensiero che governi i pensieri e che ri-circoscriva la realtà entro i limiti del conosciuto, evitando l'horror vacui che potrebbe procurare l'accettazione del fatto che la scienza ha una sua propria storicità soggettiva che procede per errori e correzioni proprio come la politica, proprio come evoluzione darwiniana, proprio come gli umani mutamenti individuali e collettivi, proprio come quello che è la globalizzazione; per quanto descritta quale nuovo Lucifero, precipitato, insieme a Democrazia, Responsabiltà individuale e Laicità, per dannare il mondo intero.
Lo scorso secolo ha visto la nostra società, l'Occidente tutto ma con peculiarità specifiche, è stata forgiata per motivi funzionali al ruolo che il nostro paese doveva assolvere dal punto di vista geo-politico, in modo fideista cosa resa possibile dalla conformazione antecedente sfruttata sapientemente al punto di riuscire a stabilizzarsi per decenni con la creazione di un rigido ordinamento devozionale, esistenziale più che politico pervasivo, ideologico e religioso più che ispirato a una evoluzione liberale, popolato di sudditi e fedeli, fornito di miti e riti, e soprattutto (apparentemente) diviso tra le note due Chiese e le loro narrazioni. E in questo equilibrio di due pesi contrapposti permetteva di risolvere il tema dell’identità di sé in un gioco di rimandi e di specchi tra politico e privato, sé e noi, identità e appartenenza.


Se gli attacchi alla Cognitivismo comportamentale, o comunque alla epistemologia cognitivista e comportamentale fossero ispirati a una critica metodologica o comunque scientifica o dottrinale, il tutto potrebbe anche essere inquadrato in un magnifico e produttivo scambio di approcci, uno di quei dialoghi nobili in cui si costruisce attraverso il confronto una spendibile 'controversia' che stimoli l'evoluzione dei contendenti i quali, tramite le argomentazioni possano generare critica produttiva e costruttiva. Certo un simile contenzioso per essere utile abbisogna della reciproca profonda conoscenza della materia del contendere. Ma gli attacchi, alla Cb sono vere e proprie e irrevocabili 'sentenze', per altro basate su un pre-giudizio che ben poco ha a che fare con la nobile dialettica accademica e molto invece con la necessità, politica e ideologica, di conservare un primato culturale funzionale a un ( illusorio ) riproponimento di un ormai svanito per quanto si faccia, assetto sociale, politico e psicologico. Ogni mutamento epocale ha comportato fisiologiche resistenze, arroccamenti e tentativi di ripristinare l'ordine precedente la compressione dello spazio e del tempo dovuta in parte alle nuove tecnologie, e alla condizione 'liquida' dell'individuo e delle società, ( intuizione base di Bauman per quanto poi da lui medesimo dinnescata ) hanno fatto si che tali pulsioni siano diventate necessità incombenti cui assolvere rapidamente semplificando e quindi banalizzando e stigmatizzando, etichettando attraverso dei veri e propri 'segni' (Logo?) ciò che non risponde al fine ultimo che poi, banalmente, è il non voler rinunciare al privilegio di un pensiero che governi i pensieri e che circoscriva la realtà entro i limiti del conosciuto, evitando l'horro vacui che potrebbe procurare l'accettazione del fatto che “ [...] la scienza ha una sua propria storicità soggettività che procede per errori e correzioni...” proprio come la politica, proprio come l'evoluzione darwiniana, proprio come gli umani mutamenti individuali e collettivi, proprio come quello che è la 'globalizzazione' per quanto descritta quale nuovo Lucifero, precipitato, insieme a Democrazia, responsabiltà individuale e Laicità, per dannare il mondo intero.

Gli attacchi più feroci, sopratutto in Italia, sono comunque riservati alle Terapie cognitiviste e comportamentali, e non a caso. La nostra società è stata forgiata, nel secondo dopo guerra, per motivi funzionali al ruolo che il nostro paese doveva assolvere dal punto di vista geo-politico, in modo 'fideista'; cosa resa possibile dalla conformazione antecedente sfruttata sapientemente al punto di riuscire a stabilizzarsi per decenni con la creazione di un rigido ordinamento devozionale, esistenziale più che politico, pervasivo, ideologico e religioso più che ispirato a una evoluzione liberale, popolato di sudditi e fedeli, fornito di miti e riti, e soprattutto (apparentemente) diviso tra le note due 'Chiese' e se una, quella millenaria di Roma non aveva alcun bisogno di creare una 'aristocrazia' intellettuale che stabilisse ortodossie e credo, all'altra è stato necessariamente concesso, questione di sussistenza e condizione necessaria per il rispetto del patto fondativo. Ebbene si, la 'cultura' e l'educazione alla cultura e la gestione ( a volte puttosto bizzarra) della cultura se non la mitizzazione di 'quella' cultura ci hanno resi impermeabili ai mutamenti, ci hanno resi 'conformisti' e conformi e ora che quel patto scellerato è stato sconfitto dalla storia, ora che tutto è da ridefinire, ovviamente anche rispetto alla scienza, alla cura, alla percezione delle psicopatologie si preferisce un qualcosa che 'condanni' alla soffernza eterna, espiante e colpevolizzante, che riporti ai misterici cotorcimenti psicoanalitici che,tra un senso di colpa e una espiazione interiore dolorosa eppure consolatoria, mantenga l'individuo sotto un controllo reale, agito, suggestivo e sopratutto utile a mantenere, come detto sopra, quella sorta di Elitès, aristocratica e detentrice di saperi da iniziati officianti. Ovvio che anche coloro che non riescono a rinunciare a questa logora e antistorica visone, forse addirittura morta da tempo, si rendano conto che questa resistenza è vana e allora, larvatus prodeo, ricorrano a un altra figura (ormai anche essa tutta da ridefinire) : il Filosofo, una sorta di cotrollore, di garante dello spirito e del bene e del male, un coltivatore diretto di pensiero, un teorete o forse un defensor fidei di nuovo conio.

L'accusa, il dito puntato verso le terapie cognitive comportamentali, è quella di lavorare per conto della massificazione, della riduzione dell'individuo sofferente a risanata 'mucca pascolante' priva di riferimenti, sensi di colpa, dio e dei, deprivata del proprio io profondo, 'aggiustata' per continuare a produrre e conformarsi, questo è il peccato originale di tale terapia, ma temo che questo sia l'esatta definizione della Psicologia militante, la quale forse lavora per conformare e controllare masse e individui e storia e presente, operazione che mi pare un po' disperata, ma che ancora può suggestionare chi di suggestioni ha necessità.


Comincio con l'usare un termine che non amo particolarmente ma che può aiutare a condividere un significato: psicosociologico, 

Evitando di usare la 'letteratura' e la tentazione di rimuginarci sopra fino al piegarla ai nostri personali scopi ( e forse sarà utile prima o poi dedicarsi a una riflessione sul valore da dare alla letteratura specifica su argomenti di natura scientifica; il giudizio di un esperto può rappresentare una sua opinione e non il risultato di una ricerca metodologicamente corretta e una ricerca metodologicamente corretta non ha la potenza euristica di uno studio di meta analisi) giorni, attribuirò a questo termine un significato 'simbolico', al fine di ragionare per focalizzare quale sia il Logos di cui questo nostro tempo abbisogna.

 

Viviamo una realtà talmente sfuggente che per non cedere alla tentazione di 'fuggirne' umanamente, la dividiamo in settori sempre più angusti e sempre più autoreferenziali, evitando quasi fosse ferale offesa il ‘dialogo’ tra l’esistente e il progettuale, e questo ci consola permettendoci di vivere 'giorno per giorno', senza istanze e soprattutto guardando a ciò che ci circonda attraverso categorie psicosociologiche sfacciatamente superate dai mezzi e dalle possibilità che la scienza e la laicizzazione quasi fisiologica ci impongono.


Mantendendo, e rimunginando beatamente, su ciò che siamo noi, sulla narrazione retorica e celebrativa, su come funzioniamo e su come ci siamo evoluti indipendentemente dai contesti, noi siamo referenti di noi stessi, e ciò che non rientra in questo diventa “malattia”, una psiche difettosa e non un’ umana evoluzione, ma un qualche cosa che impone la ‘resilienza’ perchè poi tutto torna come prima, nulla si spezza.


La costruzione di un sè critico, individuale e formato su domande e ricerca di risposte inedite è inficiato da questa paralisi cognitiva, dove adulti e giovani non hanno necessità di confronto perchè protetti dalla incapacità delle generazioni precedenti di confrontarsi.


Siamo arrivati addirittura ad inventare termini penitenziali eppure autoassolutori come 'globalizzazione', siamo arrivati a disprezzare, con somma ipocrisia, ciò che si è, a tentare di trovare la 'cura' con risposte acontestuali, qualche volta addirittura 'parareligiose' o magiche attribuendo loro capacità salvifiche e quindi deresponsbilizzanti, puerili, magari patologizzando ogni cosa in cerca di una Cura o una salvazione.


A questo punto urge definire l'accezione di 'psicosociologico', focalizzandoci su cosa sta accadendo e quanto esso influisce e addirittura modifichi con una velocità inedita la realtà del singolo e del contesto.


Le informazioni e i saperi, ovvero la differenza tra ciò che è sedimentato

(ovvio che si esclude ogni giudizio di merito ) e ciò che invece irrompe attraverso una iperinfomazione suggestiva lasciando e creando lacune cognitive destabilizzanti che dal punto di vista individuale, causano crisi vere e proprie e dal punto di vista psicosociale generano credenze spesso disfunzionali e modalità comportamentali autodistruttive.

Tutto ciò qualifica poi il percorso evolutivo e personologico dei giovani,I quali finiscono per credere che non ci sia necessità di essere individui, basta apparire tali appoggiandosi al vuoto monolitico (ma resiliente?) che questo momento offre, arrivando ad odiarlo ma con l’esenzione dal rifiutarlo perchè altro non c’è, anzi, c’è eccome, ma è rifiutato, mistificato, sconosciuto e dileggiato (anche senza saperlo) da una società che è in bilico e che non riconosce altro che l’autorevolezza di un passato (che neanche più riconosce) che per forza di cose vuole conservare, invece di pretendere l’accettazione dei mutamenti come vitali possibilità di evoluzione. R.A@