Introduzione ma non solo.

Ogni mutamento epocale, e quello che stiamo vivendo certamente lo è, comporta l’attivazione di riflessi automatici, fisiologiche resistenze, arroccamenti e tentativi di ripristinare l'ordine precedente. La compressione dello spazio e del tempo dovuta in parte alle nuove tecnologie e alla condizione liquida dell' individuo e delle società, (intuizione base di Bauman per quanto poi da lui stesso disinnescata) ha fattosì che tali pulsioni siano diventate necessità incombenti cui assolvere rapidamente, semplificando e quindi
banalizzando e stigmatizzando, etichettando attraverso dei veri e propri segni (Logo?) ciò che non risponde al fine ultimo, che poi, banalmente, è il non voler rinunciare al privilegio di  un pensiero che governi i pensieri e che ri-circoscriva la realtà entro i limiti del conosciuto, evitando l'horror vacui che potrebbe procurare l'accettazione del fatto che la scienza ha una sua propria storicità soggettiva che procede per errori e correzioni proprio come la politica, proprio come evoluzione darwiniana, proprio come gli umani mutamenti individuali e collettivi, proprio come quello che è la globalizzazione; per quanto descritta quale nuovo Lucifero, precipitato, insieme a Democrazia, Responsabiltà individuale e Laicità, per dannare il mondo intero.
Lo scorso secolo ha visto la nostra società, l'Occidente tutto ma con peculiarità specifiche, è stata forgiata per motivi funzionali al ruolo che il nostro paese doveva assolvere dal punto di vista geo-politico, in modo fideista cosa resa possibile dalla conformazione antecedente sfruttata sapientemente al punto di riuscire a stabilizzarsi per decenni con la creazione di un rigido ordinamento devozionale, esistenziale più che politico  pervasivo, ideologico e religioso più che ispirato a una evoluzione liberale, popolato di sudditi e fedeli, fornito di miti e riti, e soprattutto (apparentemente) diviso tra le note due Chiese e le loro narrazioni. E in questo equilibrio di due pesi contrapposti permetteva di risolvere il tema dell’identità di sé in un gioco di rimandi e di specchi tra politico e privato, sé e noi, identità e appartenenza.




E se una chiesa, quella millenaria di Roma non aveva alcun bisogno di creare una aristocrazia intellettuale che stabilisse ortodossie e credo, per l'altra è stato necessariamente concesso, questione di sussistenza e condizione necessaria per il rispetto del patto fondativo.
Ebbene si, la cultura, l'educazione alla cultura e la gestione (a volte piuttosto bizzarra) della cultura se non
la mitizzazione di quella cultura ci hanno resi impermeabili ai mutamenti, ci hanno resi conformisti, o fedeli, deprivati della possibilità di costruzione di un sè che lasciasse spazio alla evoluzione e al tempo,che proteggesse da un reale conflitto poichè accompagnato da altri sè di riferimento privi di identità autorevole ma capaci solo di proteggere e autoproteggersi.
E ora che quel patto scellerato è stato sconfitto dalla storia, ora tutto è da ridefinire, compreso ovviamente anche il rapporto con la scienza, la cura, la percezione e la definizione dei comportamenti e dei nuovi fenomeni psicopatologici , si preferisce la via breve nella riduzione di questo sentimento di smarrimento in unqualcosa di necessariamente patologico, riducendo la scienza a magia e il proprio sè a qualcosa di estraneo, incapace di comunicare e sopportare la sofferenza così come la soddisfazione del cambiamento.
Ovvio che anche coloro che non riescono a rinunciare a questa logora e antistorica visione, forse addirittura morta da tempo, si rendono conto che questa resistenza è vana e allora, larvatus prodeo, continuano a evitare analisi cruda, laica e umana appigliandosi a negare evidente e dirompente caduta (si diceva un
tempo) degli dei.
Allora pensare in termini interdisciplinari, laici rispetto alle vecchie e nuove “chiese” ,culturali, lontani dalle formule di rapida guarigione per patologie sempre nuove, puntando invece sulla consapevolezza della necessità di analizzare, contestualizzare, e non solo diagnosticare, è quello che forse dovremmo cominciare a fare, è quello che forse dovremmo cominciare a accettare.
Logos è il posto dove noi proveremo a farlo.



Comincio con l'usare un termine che non amo particolarmente ma che può aiutare a condividere un significato: psicosociologico, 

Evitando di usare la 'letteratura' e la tentazione di rimuginarci sopra fino al piegarla ai nostri personali scopi ( e forse sarà utile prima o poi dedicarsi a una riflessione sul valore da dare alla letteratura specifica su argomenti di natura scientifica; il giudizio di un esperto può rappresentare una sua opinione e non il risultato di una ricerca metodologicamente corretta e una ricerca metodologicamente corretta non ha la potenza euristica di uno studio di meta analisi) giorni, attribuirò a questo termine un significato 'simbolico', al fine di ragionare per focalizzare quale sia il Logos di cui questo nostro tempo abbisogna.

 

Viviamo una realtà talmente sfuggente che per non cedere alla tentazione di 'fuggirne' umanamente, la dividiamo in settori sempre più angusti e sempre più autoreferenziali, evitando quasi fosse ferale offesa il ‘dialogo’ tra l’esistente e il progettuale, e questo ci consola permettendoci di vivere 'giorno per giorno', senza istanze e soprattutto guardando a ciò che ci circonda attraverso categorie psicosociologiche sfacciatamente superate dai mezzi e dalle possibilità che la scienza e la laicizzazione quasi fisiologica ci impongono.


Mantendendo, e rimunginando beatamente, su ciò che siamo noi, sulla narrazione retorica e celebrativa, su come funzioniamo e su come ci siamo evoluti indipendentemente dai contesti, noi siamo referenti di noi stessi, e ciò che non rientra in questo diventa “malattia”, una psiche difettosa e non un’ umana evoluzione, ma un qualche cosa che impone la ‘resilienza’ perchè poi tutto torna come prima, nulla si spezza.


La costruzione di un sè critico, individuale e formato su domande e ricerca di risposte inedite è inficiato da questa paralisi cognitiva, dove adulti e giovani non hanno necessità di confronto perchè protetti dalla incapacità delle generazioni precedenti di confrontarsi.


Siamo arrivati addirittura ad inventare termini penitenziali eppure autoassolutori come 'globalizzazione', siamo arrivati a disprezzare, con somma ipocrisia, ciò che si è, a tentare di trovare la 'cura' con risposte acontestuali, qualche volta addirittura 'parareligiose' o magiche attribuendo loro capacità salvifiche e quindi deresponsbilizzanti, puerili, magari patologizzando ogni cosa in cerca di una Cura o una salvazione.


A questo punto urge definire l'accezione di 'psicosociologico', focalizzandoci su cosa sta accadendo e quanto esso influisce e addirittura modifichi con una velocità inedita la realtà del singolo e del contesto.


Le informazioni e i saperi, ovvero la differenza tra ciò che è sedimentato

(ovvio che si esclude ogni giudizio di merito ) e ciò che invece irrompe attraverso una iperinfomazione suggestiva lasciando e creando lacune cognitive destabilizzanti che dal punto di vista individuale, causano crisi vere e proprie e dal punto di vista psicosociale generano credenze spesso disfunzionali e modalità comportamentali autodistruttive.

Tutto ciò qualifica poi il percorso evolutivo e personologico dei giovani,I quali finiscono per credere che non ci sia necessità di essere individui, basta apparire tali appoggiandosi al vuoto monolitico (ma resiliente?) che questo momento offre, arrivando ad odiarlo ma con l’esenzione dal rifiutarlo perchè altro non c’è, anzi, c’è eccome, ma è rifiutato, mistificato, sconosciuto e dileggiato (anche senza saperlo) da una società che è in bilico e che non riconosce altro che l’autorevolezza di un passato (che neanche più riconosce) che per forza di cose vuole conservare, invece di pretendere l’accettazione dei mutamenti come vitali possibilità di evoluzione.