La consapevolezza del 'metodo' cui ci si affida per superare le proprie patologie o malesseri è per noi IMPRESCINDIBILE dalla cura stessa. 

 

IL MODELLO TEORICO DELLA TERAPIA COGNITIVA

di Carmelo la Mela


Per avvicinarsi nel modo più corretto e formativo a una teoria è necessario conoscere, comprenderne e sedimentare, oltre agli assunti, anche gli aspetti più profondi, fondanti e conseguentemente dinamici, al fine di farne un 'materiale' utile e plasmabile alle necessità cui deve assolvere, ma anche uno strumento e un metodo per continuare nella ricerca e nell'evoluzione del pensiero che contiene.


Più si è consapevoli di come, e perchè, si sia giunti a formulare un modello teorico terapeutico, più sapremo apprezzarne le potenzialità e svilupparne una interpretazione e un uso calibrato correttamente alle situazioni reali che dovremmo affrontare.


Focalizzare l'ambiente, il contesto culturale e le necessità che hanno generato una elaborazione del pensiero tradotto in un modello teorico e pratico, è esplorarne l'iter e il metodo, mantenendo, con tale prospettiva, vivo il modello stesso, evitandone la cristallizzazione dogmatica e il rigido dettame, anche nella fase dell' approccio didattico.

Per questo, proprio per definire prospettiva e metodo cognitivo e didattico, il primo capitolo di questo testo sarà costituito da 3 parti di cui la prima dedicata alla nascita e allo sviluppo della Terapia Cognitiva (TC); la seconda che ne illustrerà (sinteticamente) i principali assunti (standard); e la terza che, proprio nello spirito didattico ma anche scientifico del testo,vuole dimostrare come la continua elaborazione ed evoluzione teorica sia la peculiarità del nostro modello, e quindi sarà dedicata unicamente a una delle evoluzioni più promettenti e fertili e innovative, la così detta 'svolta relazionale', dove cominciano ad incastrarsi e interagire nel ragionamento e nella elaborazione e nella formulazione teorica di fattori, nozioni e stilemi peculiari di altre discipline scientifiche come la dimensione interpersonale, o gli imput innescati dalla psicologia dello sviluppo e dell’età evolutiva, non che lo studio e la definizione delle funzioni meta cognitive.


In sostanza, la forza, la prospettiva e la peculiarità della TC, risiede nella convivenza in continua evoluzione tra il concetto positivista, Galileiano e Popperiano di verificabilità, riproducibilità e falsificabilità, e tutte quelle branche del pensiero e della ricerca che non entrino in collisione con questo e possano contribuire al mettere a punto, e perfezionare, un metodo di psicoterapia efficace, breve, fondato su osservazioni scientificamente misurabili e replicabili, i cui risultati possano essere valutati in studi controllati. Questo, anche e soprattutto per garantire conferme e compatibilità con le conoscenze continuamente in progresso della neuroscienza, e per dare un fondamento e un approccio filosofico scientifico al riconoscimento e la cura psicologica dei disturbi emozionali.

Il contesto culturale

La Terapia Cognitiva (TC) nasce negli anni Sessanta del secolo scorso, quando sia il modello psicoanalitico e psicodinamico ormai consolidati, che la terapia comportamentale che tentava di contrapporvisi come alternativa credibile, cominciarono a non ''reggere' più nel loro impianto concettuale poiché completamente impermeabili o comunque non armonizzabili coerentemente ai dati che la ricerca scientifica, sempre più attrezzata tecnologicamente, forniva riguardo al funzionamento mentale.

Nelle Università statunitensi e nelle scuole d'ambito, dove il pensiero e la formazione sono storicamente ispirate al pragmatismo e alla laica interdisciplinarità, divenne necessario, urgente ed inevitabile, accettare il confronto, con metodologie che verificassero l’efficacia degli interventi terapeutici, con la disponibilità costruttiva di farne un uso sinergico, correttivo o dimostrativo della teoria.


Dunque, dal punto di vista teorico, nonostante le diverse conclusioni, sussisteva una forte somiglianza tra la prospettiva psicoanalitica a quella comportamentista,comunanza che finiva per connotare le due scuole come poco interessate al ruolo delle dimensioni conscia e consapevole nell' attività mentale, disinteresse che escludeva quindi come elemento fondamentale della vita psichica sia l' intenzionalità che l'eventuale motivazione attiva al comportamento, basandosi e riconoscendo unicamente la spinta all’azione e la base del disagio psicologico nel conflitto tra istanze inconsce e consce nel presupposto psicoanalitico e l'’ipotesi del condizionamento operante classico del tipo Stimolo-Risposta in quello Comportamentista. Ambedue le correnti , anche se per diverse vie, arrivavano alla conclusione di privilegiare la dimensione 'inconscia' sottostimando la sfera del conscio, del consapevole, del senziente in relazione alle patologie contraddistinte da stati emotivi negativi.

L'essere umano, diventato con la modernità 'individuo' facente si parte di una società organizzata ma sempre più costretto alla responsabilità e alla scelta personale, non più regolata da gabbie sociali ineludibili e appartenenze collettive intoccabili, richiedeva e abbisognava di un modo 'nuovo' per leggere anche le patologie emozionali collegandole all'individuo sofferente e non alla sola situazione o contesto.

Si potrebbe concludere che la conquista della 'libertà' e del libero arbitrio della persona moderna, non più contenuta e rassicurata da una società rigida che forniva certezze e ispirava comportamenti, coniugata con le nuove conoscenze neuroscentifiche sul funzionamento dell'organo preposto al governo dell'intero organismo, impose e di superare quella sorta di indimostrabile predominanza dell'impalpabile inconscio, sostituendolo con una sintesi teorica aperta che comprendesse anche nel merito l'esperienza e l'elaborazione conscia e consapevole, nonché i meccanismi fisiologici osservabili nello studio del cervello ascrivibili alla chimica, alla genetica e a tutto quello che regola quel funzionamento organicisticamente.

Ecco che nel tentativo di assolvere al bisogno di una teorizzazione scientifica nel senso sovradescritto, alcuni terapeuti statunitensi cominciarono a sperimentare e organizzare un metodo e un modo epistemologico oltre che teorico e pratico, di questa evoluzione, rivoluzione, della TC.


Partendo dal fondante e irrinunciabile enunciato di Albert Ellis ,cui si riconosce una sorta di primogenitura della TC, sulla base del modello da lui formulato nel 1962 noto come 'Terapia Razionale Emotiva' (Rational-Emotive Therapy, RET).nella quale si introduce per la prima volta il concetto di Convinzioni Irrazionali frutto di esperienze vissute in modo viziato da vari fattori e diventati, poi, una sorta di agenti patogeni scatenanti alla base di disturbi psicopatologici. Patogeni che possono essere affrontati con le tecniche cognitive e non annoverati tra i circonvoluti misteri dell'inconscio, ma con la decodificazione razionale delle convinzioni stesse per evidenziarne la disfunzionalità e il condizionamento da queste operato sulla quotidianità, sui comportamenti, le scelte e le eventuali, patologie. Ellis dunque si dedica alla definizione di un intervento psicoterapeutico centrato sulla identificazione e sulla esplicita messa in discussione degli schemi cognitivi che possono essere alla base del disagio emotivo lamentato dal paziente, sottraendolo alla dimensione introspettiva psicanalitica, calando malessere e terapia nella esperienza quotidiana. Concetto rivoluzionario bene rappresentato dalla prassi innovativa per cui,Ellis. assegnava ai propri pazienti dei veri e propri “compiti a casa”, esercizi finalizzati a indurre 'comportamenti' che smentiscono le convinzioni irrazionali: al paziente viene chiesto di mettere in atto, volontariamente e da solo tra una seduta e l’altra, una esperienza razionale che possa correggere l'irrazionalità della convinzione patologica.


Aaron T. Beck (1969) stigmatizzando la propria posizione nella frase 'there’s more to the surface than meets the eye" (ci sono più cose in evidenza di ciò che si riesca a vedere con gli occhi'" inaugurò questo nuovo approccio, elaborando un tipo di terapia , che qualificasse, riconoscesse e valorizzasse i processi consci di elaborazione delle informazioni da parte del paziente, attribuendo all’esperienza soggettiva conscia, la rilevanza dei processi di costruzione di significato che rappresentarono,così, una novità nell’approccio terapeutico ma anche di valutazione comprensione e al trattamento del funzionamento psicologico e psicopatologico nei soggetti depressi.

Dunque, sia Ellis che Beck individuarono il focus dell’intervento nell’indagine sistematica delle rappresentazioni coscienti e preconsce che precedono, accompagnano e seguono immediatamente uno stato emotivo problematico.

Beck in particolare, si dedica all'importanza dell'interrelazione paziente-terapeuta basata su l'individuazione (attraverso la sollecitazioni tramite domande precise) di cosa il paziente pensi 'oggettivamente' nel momento in cui vive un’esperienza emotiva negativa, poiché in quei pensieri Beck intravede la cifra interpretativa corretta, nonché la sostanza, del disturbo, cifra che sarà necessaria al superamento terapeutico dello stesso., concetto condensato nell'assurto “l’uomo possiede la chiave della comprensione e soluzione del suo disturbo psicologico entro il campo della sua coscienza” (Beck, 1976).




Il modello teorico cognitivo,


Definisce il funzionamento mentale come espressione di un sistema di conoscenza costituito da strutture, processi, e funzioni coinvolte nella costruzione delle rappresentazioni mentali e nella trasformazione delle informazioni.

Questo sistema, responsabile della capacità di costruire i significati attribuiti agli eventi, ha una finalità di adattamento fisico e sociale all’ambiente, improntando le modalità di funzionamento psicologico del soggetto.

L’attivazione degli schemi cognitivi, data dall’interazione con gli eventi, porta alla produzione di prodotti cognitivi, i contenuti mentali, rappresentati da credenze e convinzioni su sé, gli altri e il mondo, e da pensieri “automatici”.

I pensieri automatici rappresentano una sorta di dialogo interiore che scorre in modo velocissimo e parallelo al flusso di pensieri di cui abbiamo piena consapevolezza, commentando ciò che ci accade e contenendo anche un giudizio su noi stessi rispetto a come ci siamo comportati.

Secondo la teoria cognitiva, le emozioni sono in stretta sintonia col contenuto dei pensieri automatici.

Nei soggetti inclini allo sviluppo di sintomi psicopatologici, l’organizzazione cognitiva è caratterizzata dalla presenza di schemi e cluster di schemi, interconnessi tra loro, che rappresentano fattori di vulnerabilità e di predisposizione allo scompenso patologico. Il modello cognitivista, riguardo alle modalità di scompenso psicopatologico, si allinea con il modello diatesi-stress che sostiene che nei soggetti con un’organizzazione cognitiva caratterizzata dalla presenza di schemi disfunzionali, questi abbiano una maggiore suscettibilità ad essere attivati da eventi stressanti negativi, attivando successivamente contenuti mentali ed emotivi negativi e modalità distorte (bias) di processamento dell’informazione che portano a sistematiche interpretazioni negative.

Di seguito saranno presentati, descrivendoli per punti, alcuni dei presupposti principali del modello teorico cognitivista. Questi presupposti rappresentano gli assunti teorici principali della teoria che fa da fondamento a quella che attualmente viene definita Terapia Cognitiva Standard (Clark,1999).


  1. la capacità di elaborare le informazioni provenienti dall’ambiente fisico e sociale e di costruire rappresentazioni cognitive è fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza degli esseri umani

Una premessa fondamentale della teoria cognitiva è che il processo di elaborazione delle informazioni e di attribuzione di significato alla realtà è un elemento fondamentale per l’adattamento e la sopravvivenza degli esseri umani. Con l’espressione di elaborazione delle informazioni si intende l’attività svolta dalle strutture, dai processi e dai contenuti mentali coinvolti nella rappresentazione e nella trasformazione del significato a partire dagli elementi sensoriali derivanti dall’ambiente esterno e da quello interno (Clark, 1999). Il sistema cognitivo di elaborazione delle informazioni è finalizzato al raggiungimento di due scopi esistenziali. Il primo scopo è rappresentato dal soddisfacimento di bisogni basici che rivestono un ruolo cruciale per la sopravvivenza dell’uomo. L’organizzazione cognitiva a questo livello consiste di schemi riguardanti i bisogni fondamentali dell’essere umano e della vita sociale che riguardano la sopravvivenza, la riproduzione, il predominio e la socializzazione (Beck, Freeman et al, 1990). A questo livello l’organizzazione cognitiva è costituita da schemi cognitivi, comportamentali, affettivi relativi alla sopravvivenza e all’adattamento all’ambiente.

La seconda funzione del sistema di elaborazione delle informazioni, spesso definito sistema cognitivo, riguarda quelle attività mentali con finalità autoriflessive e gnoseologiche dell’uomo (A.Beck, 1996). A questo livello, troviamo rappresentati gli obiettivi personali, le aspirazioni esistenziali, i propri principi e i valori morali. Secondo Beck questo tipo di elaborazione tende ad avvenire a livello conscio, ed è altamente controllata e intenzionale. E’ rappresentata da schemi più elaborati e più flessibili di quelli caratterizzanti il raggiungimento dei bisogni primari. A questo livello troviamo la capacità propria degli esseri umani di pensare in modo analitico e di risolvere i problemi nonché la creatività. Questa concettualizzazione del sistema cognitivo come una organizzazione di schemi cognitivi, affettivi, comportamentali finalizzata al raggiungimento di scopi biologicamente determinati e scopi autoriflessivi vedrà un grande sviluppo teorico nel lavoro di Liotti (1994/2005) e di Gilbert (1989).


2 Il processo di elaborazione delle informazioni permette la costruzione di una rappresentazione soggettiva della realtà

Abbiamo detto che gli scopi e le funzioni di un sistema cognitivo sono rappresentati da un adattamento all’ambiente fisico e sociale attraverso la capacità di affrontare e risolvere problemi riguardanti i bisogni fondamentali per la vita e la costruzione di un senso coeso e coerente di sé e della propria identità.

L’adattamento all’ambiente richiede la costruzione di un sistema di rappresentazioni della realtà ricco e articolato, che costituisca una specie di “mappa” di regole di conoscenza, sintetizzatesi in base alle esperienze fatte, sulla quale si fondino delle aspettative riguardo a come funzioni il mondo e la realtà che permetta una buona predittività sul futuro. La teoria cognitiva individua una delle funzioni principali del sistema cognitivo nella costruzione di rappresentazioni della realtà, che non necessariamente sono oggettivamente vere, precise e accurate, ma costituite da soggettive attribuzioni di significato alla realtà.

Il principio privilegiato dalla teoria cognitiva riguardo alle rappresentazioni mentali è quello di “adattamento”. Il terapeuta cognitivo non è particolarmente interessato alla veridicità oggettiva della descrizione di una situazione problematica da parte di un paziente. La questione più importante è se la persona sia in grado o meno di concettualizzare la situazione in modo da facilitare le sue capacità di fronteggiare e padroneggiare gli eventi. La teoria cognitiva quindi asserisce che i significati attribuiti alla realtà sono sempre delle approssimazioni personali e soggettive più o meno accurate. Ciò che distingue i soggetti affetti da disturbi psicologici da quelli sani, è il grado con cui, nei primi, la presenza di distorsioni cognitive condizioni il significato che viene dato alle esperienze, influenzando negativamente la capacità di affrontare gli eventi.

Per esempio una ragazza potrebbe avere l’idea che solo se riesce ad ottenere risultati eccellenti a scuola potrà essere apprezzata e stimata dai propri genitori, questa convinzione la porta ad impegnarsi moltissimo nello studio ed a valutarsi adeguata solo se riesce a prendere almeno 8 in tutte le materie e un eventuale voto inferiore viene da lei valutato come il segno di incapacità, di inadeguatezza e di essere poco stimabile agli occhi degli altri.

Il modello teorico cognitivo sostiene che gli esseri umani costruiscono la propria rappresentazione della realtà attraverso una soggettiva attribuzione di significato agli eventi. In questo processo di attribuzione dato agli eventi, che così diventano esperienze soggettive, i significati vengono costruiti da ciascuno secondo le caratteristiche dei propri schemi.


3 Il processo di elaborazione delle informazioni avviene a vari livelli di coscienza

La teoria cognitiva non parla di inconscio, cioè di informazioni non accessibili alla consapevolezza, ma postula che il processo di attribuzione di significato avvenga a livelli diversi di consapevolezza e con una accessibilità differente ai diversi contenuti mentali. Ad un estremo troviamo il livello preconscio, non intenzionale, automatico e non immediatamente presente alla autoconsapevolezza, mentre all’altro troviamo il livello conscio, con una attività mentale altamente intenzionale e accurata (Clark,1999)

Il livello preconscio, caratteristico dei pensieri automatici negativi, opera prevalentemente senza un controllo da parte del livello cognitivo più elevato e dei processi intenzionali superiori. E’ a livello preconscio che operano gli schemi più profondi riguardanti il sé e le modalità di adattamento alla vita sociale. Il livello di elaborazione conscio è di immediata accessibilità alla autoconsapevolezza, rappresenta quella attività mentale al centro della nostra attenzione e concentrazione, monitorata dai processi di controllo e intenzionalità. Questo livello di attività mentale aumentando il controllo e il monitoraggio sui contenuti e sulla elaborazione migliora la capacità di adattamento.

L’attività mentale è espressione di un continuo processo di interrelazione tra questi due livelli di elaborazione preconscia e conscia.

Clark (1999) sostiene che la psicoterapia cognitiva agisce a livello conscio per effettuare modifiche sui contenuti dell’elaborazione preconscia delle informazioni, e che quindi sia necessario rivolgere maggior attenzione al contenuto e ai dati del livello preconscio. Il terapeuta dunque lavorerà per rendere pienamente consapevoli i contenuti presenti ad un livello preconscio.

Da qui deriva, come vedremo nel prossimo capitolo, l’attenzione fin da subito nel lavoro terapeutico per i pensieri automatici negativi che accompagnano gli episodi critici (in Beck il termine “automatico” viene usato come sinonimo di preconscio, ed esprime la bassa accessibilità alla consapevolezza dei contenuti mentali presenti a questo livello).


4 I pensieri e le emozioni sono tra loro associati in maniera coerente e comprensibile nella costruzione della esperienza umana

Le diverse informazioni provenienti dall’ambiente fisico e sociale esterno e dal corpo attraverso le sensazioni somatiche, senso-percettive ed emotive vengono elaborate dal sistema cognitivo dando un senso all’esperienza.

Questa capacità del sistema cognitivo di organizzare tra loro in modo armonico le varie informazioni provenienti dai diversi sistemi è un processo che favorisce l’adattamento della persona all’ambiente e la costruzione di un senso di identità personale.

Le rappresentazioni mentali, i pensieri e le emozioni sono reciprocamente associati da un nesso di comprensibilità e congruità: se penso di essere stato offeso proverò un sentimento di rabbia, se, invece, provo un sentimento di tristezza il pensiero avrà a che fare con una perdita, per esempio la fine di un rapporto d’amore.

Una sottolineatura necessaria riguarda il fatto che la teoria cognitiva non sostiene che le emozioni “derivino” dalle cognizioni, tema che spesso ha rappresentato uno dei punti di grande critica alla TC, ma ipotizza la centralità del sistema cognitivo nell’ organizzare le diverse informazioni che arrivano al sistema, un “principio guida” organizzatore delle componenti emozionali, comportamentali e fisiologiche. Rispetto al rapporto tra cognizione ed emozione il modello cognitivo assume che possa essere descritto in termini di determinismo reciproco. Tale reciproca interazione può comportare che siano i contenuti mentali ad attivare le componenti emotive associate (pensare che la fine di una relazione sia un dramma mi fa provare un profondo dolore) ma anche che il provare determinate emozioni in modo intenso attivi una serie di pensieri coerenti con lo stato d’animo (l’effetto mood congruent): se sono molto arrabbiato e penso che non ci si può fidare degli amici mi tornano in mente episodi del passato caratterizzati da situazioni analoghe che mi confermano l’idea e amplificano lo stato d’animo irritato.


5 L’adattamento all’ambiente, fisico e relazionale, quale scopo all’origine della formazione degli schemi


Gli schemi rappresentano una caratteristica di tratto, duratura e stabile nel tempo, che permette di dare significato alle diverse circostanze e ai vari stati d’animo la cui attivazione o latenza dipende dalla presenza o assenza di uno stimolo attivante (Kovacs e Beck, 1978).

Gli schemi sono definiti come una struttura cognitiva finalizzata a codificare e valutare gli stimoli che agiscono sull’organismo, consentono di dare un significato alla realtà che permetti l’adattabilità all’ambiente. Rappresentano l’esito di un’attività mentale che fin dalla nascita cerca di trovare regolarità negli eventi che accadono per aumentare una capacità di previsione sugli eventi futuri ed avere quindi un maggior controllo ed adattamento all’ambiente.

Gli schemi si sviluppano, aumentando la loro complessità e predttività, attraverso la continua interazione tra l’individuo e l’ambiente circostante, fisico e sociale. Nell’organizzazione cognitiva, lo sviluppo degli schemi è da intendersi in termini di sempre maggiore elaborazione e connessione con altri schemi. Inoltre la TC non postula che gli schemi si costituiscano e sviluppino solo ed esclusivamente nell’interazione con l’ambiente, ma che esistano delle “inclinazioni biologiche o genetiche, ovvero un prototipo delle stesse, che costituiscono la struttura elementare sulla base della quale l’esperienza modula lo sviluppo della organizzazione cognitiva” (Clark, 1999). Un’ affermazione come questa sottolinea la distanza tra il modello teorico della TC e il costruttivismo radicale. La TC sostiene sì l’importanza della costruzione soggettiva della realtà attraverso una personale attribuzione di significato, ma non condivide l’epistemologia del costruttivismo radicale secondo cui non esiste nulla al di fuori dell’esperienza soggettiva. L’importante affermazione di Clark invece mette in luce un’interessante affinità con l’ipotesi evoluzionistica riguardante il funzionamento mentale e l’organizzazione della mente che rappresenta attualmente una delle prospettive principali per integrare i dati provenienti dalla ricerca neuroscientifica ai modelli psicologici della mente (Liotti, 1996 e Gilbert, 1989).

Un aspetto non molto approfondito è quello della modalità di formazione degli schemi e degli schemi ipervalenti disfunzionali che abbiamo visto essere alla base della vulnerabilità e della sintomatologia psicopatologica.

Questo tema non è stato particolarmente approfondito dalla teoria cognitiva, mentre diventerà un tema significativo nelle evoluzioni successive che integreranno il modello originario con le conoscenze provenienti dalla teoria dell’attaccamento di Bowlby (Guidano e Liotti, 1983, Safran e Segal,1990).

Che ci fosse una relazione tra eventi relazionali in età infantile e la formazione dei primi schemi di sé è ipotizzato anche nella prima esplicitazione della teoria cognitiva che sostiene che “lo sviluppo degli schemi riguardanti la propria identità può derivare da alcune esperienze infantili” (Leahy e Beck, 1988). Le prime rappresentazioni mentali riguardanti il concetto di sé si formano durante le prime fasi dello sviluppo, in seguito alla interazione del bambino con altra persone significative come i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli amici (Beck, 1987) una volta che una certa convinzione, o un certo significato su sé, viene appresa, le interpretazioni coerenti con tale supposizione rinforzeranno questo schema di sé, facendo sì che diventi una caratteristica latente, stabile e duratura dell’opinione che un soggetto ha di se stesso.


La prospettiva relazionale

Abbiamo già detto come questa sia uno degli sviluppi più significativi, nella evoluzione dell’ impalcatura teorica cognitivista, anche perchè offre a possibilità di intervenire terapeuticamente anche nei casi considerti difficilmente trattabili con la TC standard che pur avendo mostrato la sua efficacia nella riduzione della sintomatologia dei disturbi di asse I, si è dimostrata, fino a oggi, meno efficace nella cura dei disturbi di personalità e nei casi caratterizzati da alta comorbilità, o in pazienti con storie personali caratterizzate dalla presenza di traumi relazionali in età precoce.


I tre filoni di ricerca che, intersecandosi e sostenendosi, generano la prospettiva relazionale sia come riflessione teorica che esperienza clinica sono:

Il primo è quello relativo alla dimensione interpersonale, Il secondo la teoria evoluzionista e dalla psicologia e psicopatologia evolutiva ed infine il terzo, ovvero lo studio del ruolo della funzioni meta cognitiva nello sviluppo e mantenimento della psicopatologia.

Tra gli autori che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo di questa area di riflessione innovativa nell’ambito cognitivista vanno ricordati alcuni autori italiani che per primi hanno rivolto l’attenzione e centrato la loro opera su questi temi: Guidano e Liotti (1983), Liotti (1994/2005) e Semerari(2000).


Come abbiamo visto gli statunitensi A.T. Beck e A. Ellis arrivarono alla concettualizzazione del paziente e del problema presentato,rappresentandolo come un contesto relazionale e non unicamente soggettivo, ridisegnando dunque un terapeuta attento e teso alla comprensione degli schemi e dei processi cognitivi interpersonali, dell’esperienza

introducendole quindi le definizioni e i concetti di schema interpersonale, ciclo interpersonale e ciclo interpersonale problematico.

In quest’ottica la relazione terapeutica assume un’importanza nuova e centrale, non solo come contesto empatico e collaborativo propedeutico all’applicazione delle tecniche cognitive e comportamentali,ma in quanto diventa mezzo privilegiato, unico e insostituibile per assioma, dello studio, della esplorazione e comprensione delle modalità cognitive emotive e comportamentali del paziente e quindi della comprensione della problematica e parte sostanziale dell'elaborazione di quella che potremmo chiamare una diagnosi su cui poi costruire la terapia, ovviamente la relazione terapeutica è regolamentata e controllata dai markers di andamento che aiutano a supportare nel metodo la relazione paziente-terpeuta al fine di gestirla in modo produttivo fronteggiando tutte le possibili crisi e rotture con metodo e tecnica collaudate.


La prospettiva interpersonale propone di integrare elementi provenienti dalla psicologia evolutiva e dalla teoria dell’attaccamento in un modello cognitivo ampliato, un modello che vede cognizione emozione e comportamento come aspetti integrati di un organismo biologico che si sviluppa e funziona in un contesto interpersonale.


Il presupposto dell’importanza della prospettiva interpersonale riguardo allo sviluppo e al funzionamento dell’essere umano è rappresentato dal porsi il quesito circa la motivazione che sottende il comportamento umano.


L’approccio teorico cognitivo, centrato sul modello della elaborazione delle informazioni, non si è interessato molto agli aspetti motivazionali che sottendono il comportamento, risolvendo il problema, come abbiamo visto, parlando di generiche finalità di adattamento all’ambiente.

A differenza della teoria cognitiva, questi interrogativi sono stati centrali per la teoria psicoanalitica classica. In questa, la teoria motivazionale è rappresentata dalla metapsicologia della pulsione e dal modello dell’energia psichica. Questo modello fu elaborato da Freud per spiegare il modo in cui i fattori psicologici e biologici interagiscono fra loro per organizzare l’azione umana. I principi psicoanalitici sulla natura delle motivazioni umane, furono messi in crisi quando iniziarono a sommarsi le evidenze empiriche sperimentali, inizialmente provenienti dal campo della etologia, sulla natura delle motivazioni alla base del comportamento animale che contraddicevano l’impalcatura della metapsicologia freudiana delle pulsioni. Numerose ricerche in campo etologico, (Lorenz 1938, Harlow, 1958) studiando il comportamento animale dei cuccioli, suggerivano che questi fossero biologicamente programmati per condurre una vita sociale. Queste ricerche permisero di comprendere che alcune specie animali sono dotate di un sistema di regolazione e controllo del comportamento, geneticamente innato, che in situazioni di stress attivava dei comportamenti finalizzati alla ricerca della vicinanza fisica di un cospecifico non per ricevere nutrimento, ma protezione, calore, sicurezza. Questi studi influenzarono moltissimo John Bowlby, psichiatra e psicoanalista inglese vissuto nel secolo scorso, che ipotizzò che il principio motivazionale che regolava il comportamento di animali sotto stress potesse essere alla base del comportamento di ricerca di vicinanza protettiva del bambino in situazioni di stress, ci fosse un sistema motivazionale, innato e geneticamente codificato, che ne regolasse l’espressione .

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1967, 1973) ha fornito una prospettiva forte ed empiricamente fondata alla concettualizzazione delle questioni motivazionali, a quel tempo non prese in considerazione dalla teoria cognitiva, in un modo del tutto compatibile con quest’ultima.

In ambito cognitivista, tra i primi a cogliere la possibilità di allargare l’orizzonte teorico che offriva l’integrazione della teoria dell’attaccamento con la teoria cognitiva furono Liotti (1994/2005) e Gilbert (2005). I contributi di questi autori, partendo dalla medesima prospettiva etologica ed evoluzionista di Bowlby, hanno portato ad un ampliamento del numero delle motivazioni sottostanti i comportamenti relazionali interpersonali, individuando oltre al sistema dell’attaccamento quello omologo dell’accudimento, quello agonistico, cooperativo e sessuale.


La ricerca sulle funzioni metacognitive

La terapia cognitiva, oltre ad aver trascurato il contesto interpersonale e l’aspetto motivazionale, aveva dato “per scontato” un buon funzionamento cognitivo di base dei pazienti. Molte tecniche della terapia cognitiva standard hanno proprio l’obiettivo di incrementare le funzioni cognitive presupponendo un già discreto livello di queste nel paziente.

La principale e centrale tecnica nell’esplorazione del vissuto problematico del paziente, l’ABC, richiede al paziente di individuare i propri pensieri ed emozioni, cioè di avere una capacità di automonitoraggio dei propri contenuti mentali, siano questi pensieri o emozioni. Questa capacità però è fortemente compromessa in pazienti gravi come per esempio pazienti psicotici o con gravi disturbi di personalità, rendendo molto difficile, in questi casi, mettere le premesse per un intervento terapeutico di modifica dei pensieri e delle modalità disfunzionali di elaborazione dell’informazione.

L’attenzione di molti terapeuti si concentrò su una capacità tipica ed esclusiva degli esseri umani di riflettere sui propri pensieri e contenuti mentali in maniera speculativa. “Thinking about thinking” definì questa capacità Flavell (1979) che è stato uno dei primi autori ad interessarsi a questa area di riflessione.

In Italia Semerari e il suo gruppo sono stati coloro che maggiormente si sono occupati di questa capacità definita funzione metacognitiva dandone una definizione molto dettagliata: “la capacità dell’individuo di compiere operazioni cognitive euristiche sulle proprie ed altrui condotte psicologiche, nonché la capacità di utilizzare tali conoscenze a fini strategici per la soluzione di compiti e per padroneggiare specifici stati mentali fonte di sofferenza soggettiva” (Carcione, Falcone, Magnolfi e Manaresi, 1997).

Di conseguenza si è avvertita la necessità, in questi casi, di intervenire prima sui deficit metacognitivi e solo successivamente con le tecniche cognitive standard (Perris, 1994). Assunse quindi un ruolo di primo piano lo studio e la possibilità di intervenire in terapia sui deficit di questa funzione.

Come verrà approfondito nei capitoli successivi la metacognizione non è un’unica funzione (Semerari, 2003) ma può essere suddivisa in tre sottoclassi: l’autoriflessività ovvero la capacità di distinguere, riconoscere un proprio stato mentale; la comprensione della mente altrui o decentramento ovvero la capacità di rappresentarsi e compiere inferenze sul funzionamento mentale altrui; mastery cioè la capacità di rappresentarsi gli stati mentali come problemi da risolvere ed elaborare strategie adeguate alla risoluzione.

Le varie evoluzioni del modello teorico cognitivo fin qui solo accennate verranno riprese ed approfondite nei vari capitoli permettendo di comprendere i vari concetti (come per esempio sistema motivazionale interpersonale, ciclo interpersonale, metacognizione, ecc.) che sono ormai diventati dei cardini della terapia cognitiva.


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